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Fearless

Fearless - Pink Floyd

You say the hill’s too steep to climb
Climb it
You say you’d like to see me try
Climbing
You pick the place and I’ll choose the time
And I’ll climb the hill in my own way
Just wait a while for the right day
And as I rise above the tree lines and the clouds
I look down
Hear the sound of the things you said today

Fearlessly, the idiot faced the crowd smiling
Merciless, the magistrate turns ’round, frowning
And who’s the fool who wears the crown?
And no doubt in your own way
And every day is the right day
And as you rise above the fear-lines in his brow
You look down and hear the sound of the faces in the crowd

(You’ll never walk alone…)

Mi sembrava adatta al momento.
In realtà i Pink Floyd sono sempre adatti a qualsiasi momento, quindi non è una gran rivelazione.
Però, questa in particolare, in questo momento mi sembrava particolarmente significativa.

Fearless.

Senza paura.
La vita spesso è meno complicata di quello che crediamo, ogni tanto siamo noi che con le nuvole sulla testa, ci arrampichiamo contro qualcosa più grande di noi, e ce la prendiamo perché non riusciamo.
Come suggerisce la canzone, quello che conta è continuare sulla nostra strada, non bisogna appiattirsi: il fine non giustifica i mezzi, anche se in alcune condizioni di disperata solitudine ci sembra che tutto vada storto, grigio come non lo è mai stato prima; arriverà il nostro “right day“, per scalare la nostra “hill“.

Arriverà?

Mi aggrappo al consolante e misericordioso, compassionevole blu delle acque tranquille della copertina.

Un elogio

E’ da tanto che non parlo di musica.
Nel passato ho discusso sui vari generi, sulle mie preferenze; su come tra il sentimento e la musica può avvenire una buona emulsione, che crea un’amalgama particolare: talvolta esplosiva, altre volte pacata e leggera.

Stasera voglio fare un apprezzamento bello e buono, un elogio purissimo, senza dilungarmi troppo.
Come ormai chi mi conosce ben saprà, nella mia vita c’è il rock principalmente. Poi il jazz, il blues, secondariamente.
Dimentichiamo qualcosa? Certo!
Quella bella fetta che mi vede riflessivo e un po’ sonnolento ad ascoltare musica classica, o meglio, solisti al pianoforte.
Questi ascolti sono come quella prelibatezza da bere sorseggiando che con il suo gusto un po’ amarognolo condisce la fine del pasto domenicale.

La verità è che adoro il pianoforte. Sì, è una cosa che veramente sfiora il feticisimo.
Quel suono preciso, curato, così umano ma altrettanto perfetto, è ciò che più si avvicina al mio concetto dell’espressione dell’anima umana.
E come l’ignorante che corre a scuola dal maestro per imparare a leggere e scrivere, non posso negare che sono irrimediabilmente attirato da tutte le persone che sanno suonare questo magnifico strumento.
Questo mio magnetismo si sta trasformando poi nella convinzione più ferrea che tutte le persone che sanno muover le mani su questa poetica tastiera siano decisamente speciali.
Sto ancora cercando l’eccezione che sfati il mito, ma non so se voglio trovarla. :)

Ora sto ascoltando Chopin, il mio preferito.
Le notturne, in particolare, le trovo deliziose, mi lasciano in apnea con i brividi lungo la schiena durante tutto l’ascolto.

Cacciatori di sorrisi

In un mondo popolato di tanta, tantissima gente, abbiamo avuto -e ancora ci sono- moltissimi cacciatori.
Cacciatori di tutti i tipi: di bestie, di taglie… di ossa, di fama, soldi, di soli
Mi stupisce che nessuno -o quasi- si metta alla ricerca di sorrisi.
Già, cacciatori di sorrisi. Suona anche bene.

Come mai l’uomo non riesce ad accorgersi di una delle più affascinanti e rassicuranti manifestazioni di se stesso?
Eppure, guardando qualche vecchio e sbiadito affresco (in particolare mi riferisco all’emblema del sorriso, la Gioconda) sembrava che una volta vi fosse più attenzione nella conservazione di quest’effimera e sfuggente preziosità umana.

Adesso invece, è tornata la ricerca del grottesco, la società è implosa: al posto che ritrarci mentre incurviamo le nostre labbra e esprimiamo in tutta sincerità la nostra gioia (da qualunque parte essa provenga, la gioia rimane tale, no?) sempre più, in televisione, nei giornali, al lavoro e in qualsiasi altro contesto sociale una persona si deve dimostrare dura, autosufficiente, mostrando un ghigno graffiante.
Siamo noi i nuovi gargoyle, appollaiati sui nostri cornicioni di falsità marmorizzata, con quei volti spietati e sfigurati dalle stesse nostre mani.

Ecco dunque che in un mondo che sul mal comune ci tende a campare, abbiamo l’inversione delle parti. Chi ci può difendere è chi non da segno di alcuna debolezza, chi mostra freddezza e lascia indietro il sentimento per non essere appesantito verso l’ascesa al materialismo; mentre chi invece sfoggia la propria gioia di vivere, non si dice che sia un fallito (perfortuna non siamo ancora a questi livelli) ma quantomeno viene guardato storto.
Il segno d’allarme di un sentimento d’attrazione ormai sopito? Semplice e pura invidia? O anche la sola curiosità nell’origine di un tal capolavoro?
Non si sa.

Quel che si sa, è che questi capolavori umani (e tutti abbiamo il potenziale di esserlo, ma non lo sappiamo), queste anime incorrotte dal pallore di questa cenere odierna, stanno diventando assai più rare.
Fortunati dite? No amici, non è così facile. Molte storie e molte lacrime sono spesso nascoste dietro quelle persone; quello che le fa sorridere è qualcosa di magico, di così speciale ma altrettanto semplice, che se avesse un colore, sarebbe un giallo così abbagliante da essere bianco.
Dovremmo imparare da queste persone, a partire da chi scrive, a sorridere a ciò che abbiamo davanti; piangere è concesso a tutti, ma è disumano lasciarci affogare nelle nostre stesse lacrime.
Aggrappiamoci alla mano amica che si tende verso di noi… ci credereste mai?
E’ proprio un sorriso.

E dicono che uno tira l’altro.

L’uomo non è fatto per esser solo, né per vivere nel dolore.

E per questo che io mi sento un po’ come un cacciatore di sorrisi (ovviamente nel senso della ricerca), adoro vedere e imparare dal prossimo, e lasciarmi trasportare da chi mi offre l’opportunità di condividere la sua gioia.
Altrettanto, quando qualcuno è in difficoltà, cedendo un po’ di ciò che mi è stato donato, trovo altra felicità e, se anche il sorriso era appena accentuato ritrova vigore e freschezza.

Purtroppo molte variabili e preoccupazioni si frappongono tra noi e questa fantastica via. Serve allora eliminare qualche variabile, e semplificarci la vita.
Io, potrò sbagliarmi, ma la nostra autostrada si chiama sincerità.
Sì, perché la sincerità è alla base di ogni relazione; è quella voce interiore che quando ci sta capitando qualcosa di esaltante ci conferma che è non stiamo sognando e ci chiede di urlare a tutti la buona novella, e al contempo è quella grande strada, quel grande ponte verso il prossimo che nei momenti di tristezza scavalca il fiume dell’orgoglio e lascia il via libera all’aiuto amico.

Che dire, belle parole, ora sta a noi!
E quale metodo migliore per concludere quest’articolo se non con un bel…

:)

Aforisma estemporaneo

“Nella vita ho solo un desiderio: essere felice.”

Così semplice, ma assai complicato.

Alcune volte ci sembra di poter strizzare dalle nostre mani litri di quest’essenza così rara, altre volte rimane solo un sospiro intrappolato in una cartolina con un panorama surreale dalle tinte pastello.

L’importante è sapere dove cercarla.
E questo è un altro bell’engima che meriterebbe pagine.
Al momento però, peccherò di innocenza, ma il mio faro ce l’ho: qualcuno mi vuole disegnare sulla carta la rotta per raggiungerlo?

Buonanotte.

Prigionieri di se stessi

Razionalità.
Ma che bella parola.

Mi sono ritrovato a discorrerne in merito ieri sera, uscendo con una delle mie più vecchie conoscenze ad un’improbabile cena ad un ancor più fuori dal comune club.
Ebbene, a tavola con noi v’era il parroco, e presto ho inziato a scambiare alcune chiacchere con lui in merito a impegni più o meno religiosi.
Verso la fine della cena, Don Andrea, lo sapete come sono i parroci, lancia una piccola provocazione al mio amico affianco a me, che non frequenta la parrocchia, spronandolo a partecipare a qualcuno degli incontri di cui parlavo con gli altri ospiti poco fa.

Bene, dopo aver sentito la proposta, mi sarei aspettato dal mio compare un “NO” più secco che mai, un vacuo abbozzare o un qualsiasi altro gesto di disinteressato rifiuto, ma invece, con mia gran sorpresa, avevo sottovalutato tutto.
Stimolato dall’argomentazione (mai avevo toccato simili temi con quella persona) ho iniziato a discorrere con l’amico più vivacemente, e dopo una mezz’oretta di parole, prima di dover interrompere a forza per l’inizio della pausa di cabaret, il frutto della discussione è stato: razionalità.

Razionalità?

Già. Il muro più banale, ma al contempo il giustamente più spesso, tra lo scettico e l’approccio a una vita cristiana: la Fede.
Sapete, francamente avrei dovuto aspettarmelo; ma sono rimasto piacevolmente colpito e deluso contemporaneamente.
Sorpreso perché non credevo come in quella persona ci fosse stata un minimo di interrogazione personale su tali argomenti.
Deluso, potrei dire deluso “tra virgolette”, in quanto se è questo veramente il problema, non dico che la soluzione è a portata di mano, ma sicuramente è più facile da porre in evidenza, più alla portata di tutti a livello esperienziale.

Ed è stato su questo che s’è fondata la mia risposta, insicura certo, ma pronta e felice.
Per prima cosa mi sembrava doveroso spiegare che la Fede non è irrazionale (lui la definiva tale); è incomprensibile, che c’è la sua bella differenza.
La Fede, nasce come un grande mistero, e rappresenta tutte quell’insieme di verità che noi riconosciamo essere tali per evidenti fatti, ma che però non riusciamo a spiegare con la logica della nostra limitata mente umana.
Già su questa introduzione, non lo dico per superbia personale, ma l’ho colto in fallo: ahimé c’è molta ignoranza, non per colpa sua ovvio, io stesso ho approfondito queste cose in tempi puittosto recenti.

Ma non perdiamoci: finita la mia piccola premessa, l’altra persona è subito corsa ai ripari, dicendo che poteva anche riconoscere quello, ma obiettivamente non gli interessava tale via, tale tipo di vita che io gli promettevo in quel momento e di cui ho parlato con gli altri commensali per tutta la serata.
Ha però fatto, quasi stizzito un appunto di rilevante valore, ovvero: “…cavolo, io vorrei anche vivere in un modo meno passivo, ma…”.
Allora, miei cari lettori, mi vien da pensare, se questo desiderio è vero, che potrebbe essere che non sia disinteresse quello che porta al rifiuto, ma sfiducia, o se più vi piace, paura.
Sì, paura! E lo trovo comprensibilissimo!
Quanti di noi farebbero un salto nel vuoto, nel buio più totale, solamente perché un amico vi chiama dicendo “Vieni, non ti farai male, anzi, starai meglio! Salta e raggiungimi!” ?
Non è così automatico questo salto; comprendo benissimo che la possibile ennesima delusione verso il mondo, l’eventuale conferma che anche quella Fede non porta alla felicità, sarebbe come mettersi a fronte dell’ammettere dell’inesistenza della felicità sulla terra.
E quindi? Quindi quando la paura e tanta, quello che ci si gioca è una vita, è possibile che uno scelga di accontentarsi, di rimanere lì e non ascoltare quella piccola vocina che è l’esigenza più naturale del proprio cuore (sì, Giussani lo critico affettuosamente tanto e volentieri, ma qualcosa di buono c’è sempre, quasi ovunque… ndR) .

Dunque, la mia risposta, è stata automatica: “Perché non provi?
E’ semplice, naturale: se uno non conosce una cosa, che senso ha fare una scelta?
Come si può scegliere la fantomatica pillola blu se nell’altra mano v’è l’ignoto?
Il suo ribattere è stato altresì scontato: “Ma io conosco com’è, anche tu me lo stai dicendo in questo momento“.
Io, quasi soddisfatto della sua risposta, ho trovato in un esempio che tanto m’è piaciuto, un valido paragone.
“Credi nell’Amore? Quello con la “A” maisucola dico.”
“.
Allora prova a pensare, se io venissi qui stasera e ti dicessi che ho conosciuto una ragazza, che è fantastica, bellissima, che la amo; tu potresti dire di aver conosciuto l’Amore, di aver provato ciò che io ho provato?

La risposta è stata il silenzio.
A seguire:
Eh, non so che cosa risponderti.
Quasi magicamente, subito dopo le luci si sono abbassate e lo spettacolo è iniziato decretando la fine di quella bella discussione che vi assicuro, è valsa tutta la serata.

Il mio istinto subito dopo è stato di trovare qualcosa, un regalo, un’esperienza, un sassolino da gettare nel suo lago per turbare la fredda quiete che dimora in lui, ma fidatevi, non è un discorso da “evangelizzatori cacciatori di taglie” è un discorso da buoni cristiani, ma ancora prima da brave persone.
In lui ho visto un amico incatenato, schiavo di se stesso, una persona che chiama aiuto ma che mai nessuno ha avuto molto interesse ad ascoltare.

Non voglio fermarmi qui, non avrebbe senso.
Voglio escogitare qualcosa.
Come si dice (e ci insegna il nostro buon Dio)… “non è mai troppo tardi”.

Desolazione di maggio

Ehilà sognatori.
Buonasera romantici in ascolto.
Salve affezionato lettore, amico, semplice passante.

In questa sera del Maggio 2008, dopo svariati ponti, convegni spirituali, banchetti vari e impegantivi momenti scolastici, eccomi qui, torno a scrivere, di quel che mi capita però; in modo del tutto disinteressato.
Tenendo conto di tutti questi fattori, si lasci quindi alla sensibilità di chi legge il giusto metro per valutare la qualità dei recenti articoli.

Al momento, l’impulso spontaneo era scrivere, scrivere e basta. Dare un segno della mia presenza; lasciare qui, ancora una volta, un po’ di me, per ribadire e sottolineare quanto mi piacerebbe dedicarmi a tempo pieno alle fantastiche chiaccherate che scambio con molti di voi, quanto desidererei avere mattinate da dedicare al racconto, all’esplorazione, allo Spirito… in altre parole, alla vita.

Bene, detto questo, con qualcosa dovrò pure occupare due righe, altrimenti finisco a inciampare come al solito su tante premesse e poca sostanza.

Che dire, la prima cosa che mi viene in mente è quanto siano inutili mille formule da mezza pagina ognuna sulle linee di trasmissione.
Ebbene, se ne parlava anche in questi giorni tra una leggerezza e una massima -come è giusto che sia-  di  università: se, in un futuro non tanto prossimo, mi vedrete mentre m’iscrivo a ingegneria, picchiatemi, legatemi ad un palo, insultatemi o più subdolamente, lasciatemi andare e poi divertitevi a ridermi in faccia esclamando “te l’avevo detto!“.

Sarà il classico momento di crisi post-ponte de la serie “oh cavolo dove sono finite le vacanze?!?” ma scusatemi, proprio non trovo un cavolo di senso in queste maledette equazioni dei telefonisti o Dio solo sa cosa.

Poi vabbeh, adesso concludo con un “alla fine è solo scuola.” (attenzione a non fraintendere) che ci sta sempre bene e così vi spiazzo tutti.

Perdonate la vacuità inconcludente e la forma dell’articolo, ma il tempo è poco, la voglia tanta. Purtroppo le due cose non riescono andare a braccetto, e beh, ahimé scrivere qui non è ancora buona scusa per evitare i miei doveri scolastici e non.

Orologio naturale

Per quanto possa fregarvi, oggi ho visto sulla mia strada i primi due papaveri dell’anno.
E’ confortevole vedere come in un mondo che sembra trottolare su se stesso, con la sua frenesia inconcludente, ci sia qualcuno che ricordi, nel bene e nel male, che il tempo scorre.
Questo gravoso compito spetta alla Natura, che sembra fregarsene di tutto e di tutti.

Volevo fare un post più lungo, ma direi che è abbastanza, in fondo, ciò che si doveva dire è stato detto.

Viva la vida!

Ragazzi!
Tornano a farsi sentire i Coldplay, con l’annuncio ufficiale delle date del release del loro quarto album!

  • Giappone: 11 giugno
  • UK: 12 giugno
  • Germania, Austria, Svizzera, Italia, Olanda, Svezia, Finlandia, Belgio e Irlanda: 13 giugno
  • Australia e Nuova Zelanda: 14 giugno
  • Stati Uniti e Canada: 17 giugno
  • Resto del Mondo: 16 giugno

Quindi, per metà giugno aspettiamoci di poter ascoltare il nuovo album, dal titolo “VIVA LA VIDA”.

Il titolo, promette davvero bene!

Ma non è finita qui, tenetevi forte: ci saranno due concerti gratuiti (oltreoceano, ovviamente) e, cosa migliore per noi poveri italiani, da domani, dalle 13:15 ora locale, si potrà, per una settimana, scaricare gratuitamente il singolo “Violet Hill” tratto dal nuovo album, direttamente dal loro sito.

SCARICA “VIOLET HILL”

Ora si tratta solo di aspettare.

La strada

Premetto subito che sono stato affascinato fin da subito dall’ambientazione di questa tragica avventura raccontata in La strada” di Cormac McCarthy.
Senz’altro questo libro può fregiarsi di aver risvegliato il mio piacere per la lettura, un po’ sopito, ma ahimé a posteriori non ne posso parlare troppo bene.

Il libro è completamente incentrato sul viaggio che compiono due persone, un uomo e suo figlio, protagonisti innominati, attraverso un mondo devastato e completamente in rovina.
Le vicende sono raccontate attraverso l’utilizzo di un narratore esterno, che, alle volte, si sovrappone al pensiero del padre, e cosa puittosto insolita, con lunghissimi e frequenti discorsi diretti tra i due protagonisti.

Questo espediente ha sicuramente il pregio di calcare la tensione e delineare perfettamente, come china su foglio, il rapporto e le emozioni tra i due protagonisti.
Purtroppo però, tale soluzione paga lo scotto di appesantire sostanzialmente la lettura; quando le nostre maestre alle elementari si arrabbiavano dicendo che non si possono mettere righe su righe di discorsi diretti, beh, questo è il caso ed avevano ragione.
La lettura rimane comunque abbastanza fresca, e tal soluzione adottata dall’autore entra in sinergia con lo stile in cui viene dipanata la vicenda: prettamente descrittivo.

McCarthy si ferma più volte per descrivere il paesaggio, decisamente pittoresco, e ogni singolo dettaglio che passa sotto l’occhio dei protagonisti.
Questo rende l’avventura veramente incalzante, e aiuta molto ad immedesimarsi nel libro.

Venendo al lato narrativo, non posso certo dire di ritenermi soddisfatto.
O meglio, non fraintedetemi: è tutto ben fatto, l’adrenalina non manca, ma la sensazione prima che sale dopo aver finito di leggere “La strada” è un senso di terribile incompletezza.
L’avventura in se’ è fantastica; la mancanza di un vero e proprio prologo contribuisce certamente al senso di desolazione e ingiustizia verso tali sofferenze; ma l’assenza di un epilogo è proprio ingiustificata.
Il finale sembra esser solo la conclusione affrettata di un’opera che raggiunge il suo culmine ben prima dell’ultima pagina.

Questo “La strada” quindi mi lascia un fastidioso amaro in bocca per il suo difetto di galleggiare in mezzo all’aria, senza nulla a sorreggerlo. Anche l’ipotesi che l’autore abbia voluto scrivere un “finale non-finale” per lasciare una libera interpretazione al lettore mi sento di scartarla, visto che il libro manca di striscio il suo obiettivo di parlare di temi difficili.

In una situazione borderline come questa, con gli eventi che si susseguono nel libro (sconsigliato a quelli un po’ schizzignosi) il lettore si aspetta più lunghe riflessioni su temi come la vita e la morte, l’aborto (perché no?), l’amore padre-figlio.
Invece questi obiettivi mi sento di dire che sembrano sacrificati per un miglior sprint dell’avventura, che si affretta a concludersi in poco più di duecento pagine.

Che dire insomma, bello, “La strada”. Un’avventura da gustare tutta d’un fiato senza farsi troppe domande; se cercate qualcosa di riflessivo, cercate altrove; se invece avete piacere di staccare un po’ da letture impegnative e avete il piacere nel gustarvi una tragedia ambientata in un’atmosfera un po’ curiosa, non potete mancare di leggerlo.

Se dovessi riassumere il mio commento con un sottotitolo per il libro sarebbe:
“La strada, un’occasione mancata”.

Spring break

Come ormai molti di voi sanno, pochi giorni fa, alcuni afecionados della Terra di Mezzo si sono riuniti in “ritiro spirituale” in quel di Costa Rotian, prima delle fatiche di maggio.

Ecco dunque una foto ricordo per i posteri, scattata a Dimaro, il paesino poco sotto.

Dalla sinistra abbiamo:

Marco, il cappellaio matto.
Marco, energy-man.
Obi, lo swiss-knife per ogni problema.
Lollo, lo sposo cadavere.
Max, l’intellettuale solubile.

E naturalmente
Io, il brutto fotografo scemo.

Si ringrazia il muretto antistante per aver sorretto la macchina per l’autoscatto.