Non ho più tanta voglia di scrivere qui ora.
Questo è uno strumento che si è rivelato efficace per certi versi ma che schianta ora contro il limite intrinseco alla sua natura: la dimensione pubblica. E’ lo stesso limite che ha un’orazione; un libro; un film.
L’etereogeneità del pubblico nelle sue forme più disparate ha l’esigenza di altrettante disparate forme del messaggio.
Insomma qui si tratta della mia vita, non della squadra del cuore. E’ giusto che abbia una dimensione pubblica? Mh.
Probabilmente sì, ma strettamente controllata. E io non so chi o cosa possa accedere a questo portale. Come potrei quindi operare questo controllo?
Non posso, ecco tutto.
Anche quando ho scritto nel passato, ogni messaggio è sempre stato come “limitato”, come castrato sul nascere proprio per questa caratteristica del blog. Ogni cosa è sempre stata accuratamente selezionata. Quello che è stato fatto magari era una selezione per così dire “digitale” – “o tutto, o niente”. Ecco quindi che quello che è rimasto sulla superficie sferica della capsula, accessibile a tutti, è una fetta che via via ha perso sapore.
Per vederlo basta solo osservare qual è la frequenza con cui vi scrivo: molto bassa. E anche quando l’ho fatto è solo per così dire, per delle inezie in confronto a ciò che avrei realmente da dire. Conversazioni con Andrea a parte, ovviamente.
Mi rendo conto che ci sono cose che non meritano una dimensione pubblica tanto vasta come quella di internet.
Ci sono dei ricordi, delle cose estremamente dolorose ed estremamente allegre – e sono quelle per cui in primis vale la pena scrivere per ricordare – che meritano di essere donate a un gruppo ristretto di persone.
Non fraintendete, non è egoismo, è rispetto. Per le cose più intime dell’anima (se stessi) e per le persone che – a differenza del popolo internettiano – ci amano, vivendoci affianco e noi con loro.
Questo blog ha senso solo per la sua dimensione pubblica. Questo suo potenziale è l’unica cosa che può invidiare una comune agenda fatta di carta o qualsiasi altro mezzo ben meno complesso.
E questo suo vantaggio l’ha perso.
Se devo condividere qui quei rimasugli di cui, alla fine “mi frega il giusto” e lasciare in forma privata invece tutte quelle cose fantastiche che mi accadono, che senso ha?
Potrei fare come ho fatto spesso: parlare tra le righe di qualcosa, di una mia esperienza ma senza svelarla. Ma tutto il tempo perso per questo infarcimento di mezze parole e mezzi termini a cosa mi è servito? Per parlare di tutto… e di niente.
Per questo motivo non so se scriverò ancora qui.
Vivendo ho imparato ad apprezzare la semplicità, la tangibilità del reale, rispetto a quello virtuale. Ho trovato il piacere di testimoniare nel mondo con la mia persona, ancor prima che con un blog incantonato da qualche parte. E credetelo: è estremamente più difficile, ma proporzionalmente molto più utile e soddisfacente.
Soprattutto, l’ho detto: ho imparato a rispettare me stesso. A dare il peso giusto ad ogni cosa. Non posso dare tutto me stesso a tutti, come un lombrico legato ad un amo e gettato nel lago, e chi se lo prende se lo prende. La mia vita è come quell’esca di quel pescatore: ho una sola chanche. Devo giocarmela bene.
Se parte di questa chanche è l’intimità del mio cuore, beh, capite anche voi che questo non è il posto giusto.
Credo che anche Gesù sapesse questo. S’è fatto dono per tutti, però ha vissuto con delle persone. Ha cenato con i dodici… che erano dodici. Pochi. Contati. Scelti. Amici.
Mica è andato al ristorante, o in piazza, facendo una gran festa e invitando mezzo mondo.
Che dire quindi, penso proprio che questa sia la fine.
Per chi mi ha conosciuto tramite questo blog ed ha saputo apprezzarmi come persona (probabilmente perché già mi conosceva) beh, sa dove mi trovo. Per loro non sarà un gran danno. Loro sanno cosa faccio. Hanno i miei contatti. E se non li hanno, possono trovarli. Chiederli. Cercare. Sarò felice di vivere con loro, parlare, ma senza uno schermo in mezzo. In un parco o al tavolo di un bar, dove nel rispetto del vedersi in faccia, del confrontarsi nel corpo e nello spirito si può anche scegliere cosa donare di sé.
Au revoir.





La parola ai viaggiatori