+0,20€

•Mercoledì 18 Novembre, 2009 @ 18:46 • Lascia un Commento

Oggi in aula di bioetica ho trovato 20 centisimi per terra.
Non sono nulla per me, neanche un disgustoso caffè da macchinetta, ma non è questo il punto.

Li ho infilati nella busta: possono essere un piccolo sorriso ad una persona in difficoltà; un minuscolo gesto d’amore.
Una mia compagna di corso mi ha esortato: “Tienili, portano fortuna!”
– “Porteranno fortuna a qualcun’altro”
– “Ah… ok”

-5,00€

•Mercoledì 18 Novembre, 2009 @ 00:25 • Lascia un Commento

Li ha avuti ieri un barbone che abita nei pressi del centro servizi di policlinico. Era la terza volta che gli passavo davanti e guardandolo, passavo oltre. Ieri mi sono fermato.
Stava a sedere su un cartone ondulato e le sue mani avevano la consistenza della pietra, completamente callose.

Quando glieli ho dati ha risposto con uno stentato “grazie”; gli ho risposto di ringraziare il Signore, mica me.
In risposta, l’unica cosa che ha fatto è stata massaggiarsi la pancia in segno di fame, annuendo con la testa.

-2,20€

•Lunedì 2 Novembre, 2009 @ 16:19 • Lascia un Commento

Li ho regalati ad Emìn, un serbo che ho trovato questa mattina davanti alla Sacra Famiglia.
Era già la terza volta che mi salutava sorridendo sfoderando i suoi denti malati. Oggi, sfruttando l’occasione che la colazione m’è stata offerta dai ragazzi della parrocchia (in partenza per un ritiro del dopocresima a Formigine) uscendo gli ho dato i 2,20€ che avrei usato per una pasta e un cappuccino.

Quando glieli ho dati mi ha chiamato “fratello” e l’ho abbracciato.
Mi ha fatto vedere la sua famiglia: ne ho contati sette e il background non era dei più gioiosi. Sembrava una baraccopoli e i bambini erano vestiti come se avessero come armadio uno di quei cassonetti bianchi del UCI. Quello che c’è qua è dell’UCI, non del Caritas, come tutti dicono, a dimostrazione del fatto che la gente osserva, ma non guarda. Al limite potrebbero essere serviti dalLA Caritas, ma qua a Montale c’è si e no il catechismo, figuriamoci la Caritas.

Fatto sta che si vede che il loro bidone-armadio non era nemmeno tanto carico, perché uno dei bambini nella foto era nudo. Lui intanto ha trattenuto due lacrime che però io saputo cogliere quando gli ho chiesto se loro erano ancora là.

 

Gli ho promesso che uno dei prossimi giorni possiamo fare colazione assieme; non vedo l’ora di conoscere la sua storia.
Per il momento gli ho detto di pregare, ed aspettarmi. Ha detto di credere, vediamo se uno dei prossimi giorni viene anche a messa con me!
Ne sarei veramente felice.

17,10€

•Giovedì 22 Ottobre, 2009 @ 22:05 • Lascia un Commento

Venerdì scorso ho trovato un mucchietto di soldi sotto al banco in uni.
Ho chiesto a tutti di chi fossero, ma sembra che siano caduti dal cielo.
Così ho pensato: e ora?

La cosa più automatica da fare era infilarli nel portafoglio, ma invece sono contento di averli tenuti una tasca separata!
Ho pensato a cosa avrei potuto farci: ci posso pagare due sabati sera; due biglietti per il cinema e una cocacola, o ancora un paio di birre. Ma cosa c’è di esaltante in tutto questo? Alla fine di una cifra così, non dico “irrisoria” ma poco ci manca, spesa in questo modo, cosa mi ricorderei? Cosa sarebbe memorabile?
Sarebbero solo uno dei tanti foglietti blu che se ne vanno in mezzo agli altri.
Ho invece  in mente dei bei progetti per quei soldini: voglio usarli come fondo di bontà!
Devo solo decidere come incanalare questa cosa nella praticità. Non li voglio dare al primo barbone qualsiasi per poi vederlo entrare in tabaccheria, infilarli in una buchetta a caso, né regalarli tutti al primo mendicante che viene a chiedermene. Voglio spenderli bene, fino all’ultimo centesimo.

Credo che per fare questo debba associarli a delle parole, a una faccia; creare un caso, un’esprienza. Se così non fosse, alla fine cosa potrebbero fare? Sono poi solo poco meno di una ventina di euro.
Bon, ci sto pensando. Per ora li tengo in tasca, così come sono: con le monetine che sbattono una contro l’altra dentro al giaccone e mi ricordano che c’è quaclosa da fare, non posso avere fretta.

Anche perché poi, alla brutta, di cassettine bisognose ce ne sono a bizzeffe e uno fa presto, forse troppo presto, a infilarci dentro un deca e mezzo.

Ciao Andrea

•Giovedì 22 Ottobre, 2009 @ 00:19 • 5 Commenti

Nel passato, riferito a:
- Amicizie

- La vita – un bel dialogo

- L’amico importuno: una parola sull’insistenza, sui sogni

Ciao Andrea, certo che mi ricordo di te, come potrei dimenticare i tuoi commenti, ma soprattutto la sfida spirituale che mi hai imposto?
Mi fa piacere risentirti!
Dici bene: in nove mesi ne sono successe di cose, anche la mia vita è cambiata sensibilmente ed è in continua rivoluzione. Ma forse queste cose le hai già percepite leggendo i miei – ormai piuttosto radi – monologhi.
Ma non parliamo di me ora, vengo a te perché come tu dici “è già tardi” ed è vero, già adesso per me è “tardi” – adesso faccio veramente mille cose e il sonno sta diventando tanto un lusso quanto un’esigenza per affrontare responsabilmente la giornata ventura.
Voglio evitare di farti un torto: parlerò sinceramente.
Te lo meriti: è quello di cui secondo me hai bisogno nella tua ricerca di Verità. Se quello che ti dirò ti darà fastidio, mi dispiace. Oltraggio e beneficio di internet, potrai lasciare per sempre questo spazio virtuale, dimenticarmi e distruggere tutto ciò e quello che ti ho detto tempo fa.
Prima di iniziare però, premetto però una cosa: io non ti conosco.
Forse ti conosco anche più di molte delle persone che ti dicono il contrario, ma non è questo il punto. Per me, e mi dispiace, sei una grande storia, un caso. Riesco a malapena a darti una faccia e un nome.
Da questo devi dedurre due cose che apparentemente tendono a suggerirti cose opposte; ma tu mettile a sistema, vedrai che la soluzione non è impossibile. Non le riporto come un alibi, ma come una constatazione che deve guidarti nell’analisi di ciò che vado per dirti.
La prima è che, non conoscendoti, non posso darti qualcosa che sia un’opinione, un consiglio, un qualsiasi cosa che non sia lacunoso per sua natura. Come tu da perito ben saprai, essendo io allo scuro di molte variabili che potrebbero incidere profondamente su quello che sarebbe il risultato finale, la mia opinione è da prendere con beneficio di inventario.
Secondo, proprio perché non ti conosco, prova a valutare che quello che ti dico è forse quanto di più – non dico razionale – ma privo di quelle “interazioni deboli” che influenzerebbero le parole di un tuo amico (di quelli veri) o amica. Proprio per questo motivo, esamina ciò che ti dirò e vacci a fondo.

Continua a leggere ‘Ciao Andrea’

Amicizia

•Mercoledì 7 Ottobre, 2009 @ 23:11 • 5 Commenti

Niente è più lo stesso.

Gli amici? Vanno e vengono, secondo i dettami delle routine che i vari periodi della vita impongono. Anche i migliori, cosa possono fare quando sono lontani? Decrementa notevolmente il processo di condivisione, per non dire che s’interrompe e va incontro a separazione. L’unica cosa che può provare a salvarla è un nuovo formato, più “adulto”, che vede le figure legate dall’interesse nelle reciproche diversità, coadiuvate dal ricordo.
E’ qui che si rende necessario un attento sfruttamento del tempo condiviso assieme, che per quanto minimo, deve esserci.
Esso sta alla base di qualsiasi cosa: senza il contatto, senza avere uno spazio di sistema condiviso dove l’energia potenziale cresce un minimo, non c’è fusione; non c’è reazione.

Le vere amicizie sono quelle che durano? Falso. Ci sono “Amici” e “amici”? Questo sì.
Tutte hanno un’inizio. Poche hanno una fine. Molte invece vengono semplicemente dimenticate.
Secondo il modello materialistico che ci propone il mondo odierno non ci dovrebbe essere difficile capire questo ragionamento. Ciò che succede infatti è che, come un oggetto, quando l’amicizia perde la sua utilità (vedi, non viene più “utilizzata” o “consumata” frequentemente) essa si riduce ad uno scaffale, a prendere la polvere.
Altrettanto, vale anche l’altro estremo: un oggetto che viene usato quotidianamente, per tanto tempo, finisce per essere così parte della nostra vita che ci siamo affezionati, si usa sempre, spesso e volentieri.

E’ però giusto ricordare che non è tutto “bene” o “male”. Non c’è nulla di preciso, né definito a questo mondo. Manco i poveri elettroni riescono a stare in un posto preciso senza creare troppi problemi.
Una delle tante sfumature dell’amicizia umana  sono quei rari casi che, rifacendoci all’esempio di prima, sono come oggetti che possediamo e che prendono la polvere trecentosessantaquattro giorni all’anno. C’è un unico giorno all’anno in cui si utilizzano, ma quel giorno sono essenziali, provvidenziali. Vedi “il vestito buono”, ad esempio.
Ecco, ci sono anche amicizie così. Sono quelle preziosità che viaggiano sospese in un limbo di non regresso e non progresso, semplicemente la vita le ha allontanate. Questo è un vero peccato però. Magari se le frequentassimo un po’ di più sarebbero maggiormente valorizzate; proprio come quel vestito che proprio perché “buono” è lasciato ben custodito nell’armadio, ma che poi dimentichiamo, e finiamo per non metterci più.

Molte altre invece, alla prova del “cambio di formato”, quando sono messe alla prova della vita, non superano lo scoglio.
Anche loro prendono la polvere come il vestito buono, ma non si usano né dieci, né cinque, né due volte all’anno. Ogni tanto arrivano le pulizie di primavera, ci capitano questi tanti indumenti in disuso tra le mani. Li si prende in mano e avviene l’interrogazione dell’essere: “Cos’è?” “Quando l’ho portato?”
Saltano in mente tutte le belle e brutte cose che si hanno passato con questo o quello. Dopo l’elaborazione, il rispolveramento , il gongolìo nel ricordo, è necessaria la scelta.
Che badate, è tutta nostra. Sempre maledette routine e regole del mondo sociale permettendo.
“Ah vè che bello! Chissà perché era qui. Me lo metto un’altra volta”. Chiamiamo l’amico da tempo assente.
“Ho altre cose più belle da mettermi”.
Chissenefrega.
“Siamo scemi? Come facevo a mettermi questa roba? E’ orribile”.
Rivalutazione del ricordo. Ulteriore allontanamento.

Ritorno a casa

•Giovedì 24 Settembre, 2009 @ 11:49 • Lascia un Commento

E’ da qualche giorno ormai che ho spostato il mio piccolo angolo, computer compreso, giù nello studio.
E’ curioso sapete, perché fin da quando ero un cucciolo il mio computer, il posto dove facevo i giochi e passavo le giornate più fredde è stato questo.
In questi metri quadrati ho giocato a BabyJo, a Xenon II, a Commander Keen. Ho imparato ad usare Windows 3.11.

Ora, dopo 8 anni nel caldo/freddo della mansarda, sono tornato.
Adesso non appoggio più i gomiti su una lastra di doppio compensato laccato poggiato su cavalletti, ma su una scrivania che però è molto simile all’impianto che c’era una volta. Mi sono spostato anche di qualche metro verso la finestra, ma in fondo, sono di nuovo qui.
Se volgo lo sguardo alla mia destra mi vedo ancora entrare da questa porta, euforico fino alle lacrime nella giornata in cui riuscimmo a montare sul vecchio PC un lettore CD 4x.
Sento ancora me stesso richiamato dalla mamma a tavola, mentre finivo l’ultimo livello di Lemmings.

Oh beh, questo però a dire il vero non è cambiato. Non è più Lemmings, ma il senso è quello.
Quanto è bello vedere che prima o poi tutto tende a tornare al suo posto.

Svolte

•Martedì 15 Settembre, 2009 @ 11:49 • 8 Commenti

Ci sono un sacco di cose che sono successe tra un’articolo e l’altro, ma che non ho avuto tempo, occasione o voglia di segnare.
Una però ha il diritto naturale di possedere qualche riga su queste pagine.
Mi riferisco alla mia ammissione al corso di Medicina e Chirurgia!

Questo “anno scolastico” l’ho iniziato con lo spirito e l’aspettativa di un grande cambiamento; con la speranza di usare sempre quella libertà a cui mi riferivo nell’appunto precedente.
Bene, sulla lista dei propositi, la prima cosa era appunto sistemare il corso di laurea… ed è andata!
Finalmente, dopo tanto tempo, ho la sensazione che le energie di ogni giorno saranno ben spese, per qualcosa che mi dia delle competenze serie, con cui agire in modo altrettanto “serio” nel mondo. Gioia indescrivibile dunque; più che per l’ammissione, per la netta sensazione che questo evento sia come un “sì” dell’alto, una benedizione che le cose che ho pensato per il futuro non sono poi tanto male.

No perché, il retroscena di questo esame è stata un’estenuante attesa, un repentino cambiamento di risposte e ambiguità varie che legate alle previsioni che mi ero fatto del mio punteggio, segnavano verso una sconfitta. Mi sono molto abbattuto. Non avrei mai sopportato di posticipare questi grandi propositi di un anno; avevo già l’iscrizione a Biotecnologie in canna, e invece…

A Lui è piaciuto che andasse così ed è stato bello e fruttuoso, ma anche indubbiamente difficile, abbandonarsi al suo abbraccio e dire “Venga il tuo Regno”, “sia fatta la tua volontà!”.

“Se tu rimarrai vicino a me e non ti preoccuperai di fare per conto tuo, di correre per uscire, per dire di avere fatto, mi dimostrerai che credi nella mia onnipotenza e io lavorerò intensamente con te quando parlerai, andrai, lavorerai, starai in preghiera o dormirai perchè ai miei diletti dò il necessario anche nel sonno” (salmo 126)

[Grazie mamma]

Tra il Royal Mile e Grassmarket

•Venerdì 4 Settembre, 2009 @ 17:29 • 1 Commento

Era sera.
Nevicava acqua; cadevano quelle gocce così leggere e così fitte per cui ti bagni, ma non fai nemmeno la fatica di aprire l’ombrello. Passeggiando per le strade di Edimburgo, avviandomi assieme alla compagnia verso un pub, siamo passati di fronte ad alcuni artisti di strada, probabilmente tra i pochi superstiti del Fringe, ormai al crepuscolo.
Tra questi, dapprima v’era un uomo solitario con una tromba che infondeva nell’aria qualche nota dal gusto jazz; siamo passati avanti. Un ragazzo con una chitarra squinternata abbozzava una canzonetta attirando le urla e i fumi di qualche giovinetta evidentemente ubriaca.
Ma ecco, ormai siamo oltre la metà del Royal Mile e decidiamo d’entrare; finalmente questo va bene. Come se fosse tanto diverso da i mille altri che lo precedevano; tanta gente seduta più o meno piegata su un bicchiere, qualcuno fuori a tirare una sigaretta.
Tutti si siedono, io faccio lo stesso. Pochi altri istanti e sarebbe iniziato quel giro ormai più che consolidato, a casa come in vacanza. Qualche momento ancora e ci saremmo fusi con lo sfondo a cui accennavo prima.
A questo solo pensiero stavo già male; ho perso un’occasione. Perché non mi sono fermato prima? Fuori c’era la pioggia, gente che suonava; il mondo. Dov’è finita la mia libertà?

Continua a leggere ‘Tra il Royal Mile e Grassmarket’

Palermo

•Giovedì 30 Luglio, 2009 @ 09:17 • 1 Commento

Mi rendo conto di non aver speso abbastanza parole nel mio scorso intervento rispetto quanto ho vissuto a Palermo, quindi eccomi qui.

Inizio col dire che Palermo per me è stata una prova, in tutti i sensi. Ho riflettuto su tante cose a partire la spazzatura per strada finendo con il cercare i numerosi perché a una relazione volta al termine.
Lo dico in sincerità, è stato complicato convivere con tutto quello sporco così insensato; con quella mentalità così diversa dal mio background da campagnolo emiliano.

Sapete, al solito ho cercato di non ragionare nella mia vita per compartimenti stagni, e quello che è lampato alla mia mente è una piccola ma grande riflessione che potrebbe aprire molte parentesi in diversi contesti. Tale dice che le cose cambiano solo se uno lo desidera.
E’ un ragionamento tutto sommato triste, ma realistico. Le persone, così come tutto il popolo siciliano, la loro cultura, il loro paese, cambieranno solamente se vorranno farlo.
Non c’è sentimento, emozione o fondo statale che tenga, pur sincero. A una mano tesa deve risponderne un’altra pronta ad afferrarla… e neanche, a volte basterebbe lasciar operare con fiducia il prossimo e lasciare che con il suo grande entusiasmo faccia quel che c’è da fare da solo. E invece.

Entrando nel merito di Palermo, che si potrebbe dire? Certo i carismatici leader delle numerose associazioni che abbiamo visitato trasmettono una speranza veramente vivida, ma come non rimanere scioccati dai giovanissimi che – aldilà delle loro numerosissime vicende personali e di qualche caso isolato – contano poi il giusto su questo cambiamento? Per non parlare poi degli anziani, dei “nonni” che sono ancora preda dell’illusione di un prestigio mafioso e raccontano di una criminalità organizzata con scopi benefici per il popolo.
Dico io, la mia speranza in quei momenti era un muro costruito ancora fresco e preso a calci.
Paradossalmente, in questo momento è più lo strascico culturale del popolo che la mafia stessa a difendere lo status dell’equazione Sicilia = mafia.

Siamo andati allo ZEN e ho sentito dire a delle persone di esser fieri di vivere lì; come ho sentito membri del gruppo dire che poi “non era così male”. Stiamo scherzando? Con tutta l’umanità che mi permette di comprendere i primi (casa è pur sempre casa) come si fanno a dire cose del genere? Lo ZEN è uno schifo, è veramente aberrante; e non lo dico da padano, ma da persona. Come fanno i ragazzi a crescere in un posto dove per terra trovi con la stessa frequenza di una cicca siringhe e polverine in busta?
Sono stato al centro “Noi, i ragazzi dello ZEN” e c’era una bella veranda sul verde, un paesaggio senza pretese, senza montagne o fiori tropicali; comune, e per questo bello. Era un murales.

Come possono delle persone vivere con l’appannaggio dei loro sogni sulla parete del loro unico centro aggregativo di tutta la zona? E’ triste. Veramente triste. Mi sono sentito molto fortunato, ma anche incazzato. Incazzato perché ci sono state persone del gruppo G&L che venendo da realtà decisamente più ricche si sono permesse di dire “me l’aspettavo peggio”. Ma dove sta il realismo, l’obiettività? Cosa si aspettavano, di vedere lingue di fuoco e miasmi fluorescenti spuntare dal terreno?

Da qui appunto scaturisce la mia seconda riflessione, di derivazione personale, ma altrettanto applicabile a quanto appena detto è appunto la necessità delle persone di riconoscersi deboli.
Deboli, profondamente. E bisognose.
Come si può cambiare, proporre di farlo ad un popolo che  tutto sommato è – almeno in parte – fiero di ciò che è adesso?

Altra cosa importante è il grandissimo bisogno di verità dell’uomo, e non mi riferisco solamente ad un obbiettivo spirituale, ma anche alla verità più tangibile. In merito a quanto detto prima, ditemi che senso ha essersi comportati in tal modo con le persone dello ZEN. Avevano forse bisogno di una schiera di mezzi nordici che venissero prender loro per il culo dicendo “che non era poi così male”?
O forse avrebbero gradito la verità? Sarà il mio filtro di vedere le cose sbagliato, ma ho intravisto tanta ipocrisia addosso al nostro gruppo.
In me in primis, che al posto che portare pazienza e congelarmi agli scherni dei bambini avrei dovuto trovare modo di bloccarlo e chiedergli “Ma come fai a vivere qui dentro?” esprimendo in questo modo non la mia volontà di spiattellargli in faccia che quel posto sia veramente un tugurio, ma bensì cercando di comprendere meglio ciò che è il suo pensiero, il suo modo di vivere… magari meno attaccato alle cose, e per questo capace di vivere in simili condizioni.
Invece no, sono stato per mia debolezza zitto e ora me la tengo stretta.

Ultimo appunto che ho notato su basi empiriche è appunto l’altro lato di quel bisogno di Verità a cui prima accennavo.

Abbiamo visitato molti centri più o meno laici (inflazione galoppante su questa parola) e odio doverlo dire, ma quelli che si sono voluti allacciare a questo filone di “correttezza” di “libero pensiero in libera terra” mi sono sembrati scarni, vuoti; senza tante speranze per il futuro e anche praticamente meno vittoriosi nel recupero dei giovani in difficoltà.
Tanto per dire, alcuni di un centro dichiaratamente laico costruivano divertenti ma inutili aggeggi con vinavil e mollette mentre ascoltavano l’ultima compilation del Papete; altri di altri centri vanno invece in giro per i maggiori teatri italiani per mettere in scena dei musical, cantano e suonano anche con modesto successo.
Merito dei diversi educatori? Delle diverse storie? Merito di fortuite coincidenze? Io personalmente non credo alle coincidenze.
Purtroppo (e perfortuna) è stato ben evidente ai miei occhi come si fosse davanti a due esempi di laicità diverse.
Una profondamente falsa che appare come un foglio bianco, e l’altra invece, quella vera, che si schiera, fa una proposta, ma ha il rispetto di non prevaricare gli altri. Questa è vera laicità.
Ditemi ora, ragazzi come quelli del centro (ma non solo, tutti) troverebbero più beneficio a non trovare niente accanto e quindi a – molto laicamente e giustamente eh – cercare indipendentemente i loro esempi; o magari è meglio provare a dare qualcosa ai ragazzi, senza insistenza, ma con gioia; rispettando anche al dovere più naturale dell’adulto (figuriamoci dell’educatore) di dare l’esempio di riferimento?

Ditemi anche che sono troppo attento ai dettagli, ditemi che non è sicuramente questo lo sforzo che fa la differenza, ma vi rispondo che non credo che sia molto costruttivo per dei ragazzini sognare Milano Marittima, “impuparsi” (come è stato detto) all’appannaggio di quello che è lo stereotipo consumista.
Certo, centri falsamente laici come questi sono sicuramente meglio della strada, e tanto di cappello a quelle brave persone che riescono a sopportare giovani così difficili e tutto ciò che ne consegue, ma caspita.
Purtroppo è diffusa l’idea che fare una proposta, un commento, sia equivalente a volerlo imporre e così la gente appare polemica, o si creano di questi contesti laici che non sanno ne di me ne di te.

Non si accetta di ricevere ammonimento fraterno come non si accetta nemmeno di farlo, e allora… ciao, al giorno d’oggi ognuno vive come gli pare, secondo ciò che va bene per lui.
Dove sta il margine di progresso?