Addio capsula

•venerdì 4 dicembre, 2009 @ 17:41 • 7 commenti

Non ho più tanta voglia di scrivere qui ora.
Questo è uno strumento che si è rivelato efficace per certi versi ma che schianta ora contro il limite intrinseco alla sua natura: la dimensione pubblica. E’ lo stesso limite che ha un’orazione; un libro; un film.

L’etereogeneità del pubblico nelle sue forme più disparate ha l’esigenza di altrettante disparate forme del messaggio.
Insomma qui si tratta della mia vita, non della squadra del cuore. E’ giusto che abbia una dimensione pubblica? Mh.
Probabilmente sì, ma strettamente controllata. E io non so chi o cosa possa accedere a questo portale. Come potrei quindi operare questo controllo?

Non posso, ecco tutto.
Anche quando ho scritto nel passato, ogni messaggio è sempre stato come “limitato”, come castrato sul nascere proprio per questa caratteristica del blog. Ogni cosa è sempre stata accuratamente selezionata. Quello che è stato fatto magari era una selezione per così dire “digitale” – “o tutto, o niente”. Ecco quindi che quello che è rimasto sulla superficie sferica della capsula, accessibile a tutti, è una fetta che via via ha perso sapore.
Per vederlo basta solo osservare qual è la frequenza con cui vi scrivo: molto bassa. E anche quando l’ho fatto è solo per così dire, per delle inezie in confronto a ciò che avrei realmente da dire. Conversazioni con Andrea a parte, ovviamente.

Mi rendo conto che ci sono cose che non meritano una dimensione pubblica tanto vasta come quella di internet.
Ci sono dei ricordi, delle cose estremamente dolorose ed estremamente allegre – e sono quelle per cui in primis vale la pena scrivere per ricordare –  che meritano di essere donate a un gruppo ristretto di persone.
Non fraintendete, non è egoismo, è rispetto. Per le cose più intime dell’anima (se stessi) e per le persone che – a differenza del popolo internettiano – ci amano, vivendoci affianco e noi con loro.

Questo blog ha senso solo per la sua dimensione pubblica. Questo suo potenziale è l’unica cosa che può invidiare una comune agenda fatta di carta o qualsiasi altro mezzo ben meno complesso.
E questo suo vantaggio l’ha perso.
Se devo condividere qui quei rimasugli di cui, alla fine “mi frega il giusto” e lasciare in forma privata invece tutte quelle cose fantastiche che mi accadono, che senso ha?
Potrei fare come ho fatto spesso: parlare tra le righe di qualcosa, di una mia esperienza ma senza svelarla. Ma tutto il tempo perso per questo infarcimento di mezze parole e mezzi termini a cosa mi è servito? Per parlare di tutto… e di niente.

Per questo motivo non so se scriverò ancora qui.
Vivendo ho imparato ad apprezzare la semplicità, la tangibilità del reale, rispetto a quello virtuale. Ho trovato il piacere di testimoniare nel mondo con la mia persona, ancor prima che con un blog incantonato da qualche parte. E credetelo: è estremamente più difficile, ma proporzionalmente molto più utile e soddisfacente.

Soprattutto, l’ho detto: ho imparato a rispettare me stesso. A dare il peso giusto ad ogni cosa. Non posso dare tutto me stesso a tutti, come un lombrico legato ad un amo e gettato nel lago, e chi se lo prende se lo prende. La mia vita è come quell’esca di quel pescatore: ho una sola chanche. Devo giocarmela bene.
Se parte di questa chanche è l’intimità del mio cuore, beh, capite anche voi che questo non è il posto giusto.

Credo che anche Gesù sapesse questo. S’è fatto dono per tutti, però ha vissuto con delle persone. Ha cenato con i dodici… che erano dodici. Pochi. Contati. Scelti. Amici.
Mica è andato al ristorante, o in piazza, facendo una gran festa e invitando mezzo mondo.

Che dire quindi, penso proprio che questa sia la fine.
Per chi mi ha conosciuto tramite questo blog ed ha saputo apprezzarmi come persona (probabilmente perché già mi conosceva) beh, sa dove mi trovo. Per loro non sarà un gran danno. Loro sanno cosa faccio. Hanno i miei contatti. E se non li hanno, possono trovarli. Chiederli. Cercare. Sarò felice di vivere con loro, parlare, ma senza uno schermo in mezzo. In un parco o al tavolo di un bar, dove nel rispetto del vedersi in faccia, del confrontarsi nel corpo e nello spirito si può anche scegliere cosa donare di sé.

Au revoir.

Questa super-tecnologia

•giovedì 26 novembre, 2009 @ 00:21 • Lascia un commento

E’ da un po’ che sto offendendo l’iPhone.
Di tutto ciò che potrebbe fare, non ce la cava a fare nulla.

Solo oggi ce l’ha cavata a crashare proprio mentre postavo un articolo su WordPress (perdendo completamente l’articolo), sputtanare il calendario durante il sycing con Google Calendar (ho dovuto resettare gli eventi dell’agenda) e infine, ora, non c’è uno strafottuto modo per salvare le conversazione sms in modo agevole.
Capite? Un dispositivo che ha più di 30’000 applicazioni a disposizione, che ha un touchscreen capacitivo, l’accellerometro e costerebbe sui 400€… non riesce a salvare un testo in formato testo nativamente.

Per farlo, bisogna utilizzare un tool online che permette di decriptare il file di backup del telefono (è un elogio chiamarlo tale) e salvarle in formato XLS, plain HTML o plain PDF.
Ovviamente, anche la testa della gente che ha creato questo tool cosa dice? Niente: è utilissimo mettere in ordine cronologico la lista sms, in questo modo si riesce a massimizzare il caos. Non era mica più facile ordinare per contatto della conversazione? No eh?

Ma lasciamo perdere, il punto è che dovendo formattare questo XLS da 1200 righe mi chiedo in realtà quanto sia necessario che io conservi questi cavolo di messaggini. Insomma, ok la collezione di ricordi, ok che sono pur sempre io e il mio nerdismo represso, ma…? Un conto è uno scritto, un conto è un tabulato orribile come questo che è uscito.
Un conto è una lettera, un manoscritto che ha una calligrafia, una firma; un altro è questo patetico XLS.

Penso quindi che lo lascierò tra i mille altri file che ho così com’è e bon.

E poi lo ammetto, in questi giorni sono molto attratto dalle basilari funzioni, potenzialità e affidabilità di una bella penna e un pezzo di carta. Quelli possono finire nella scatola dei pesci. Questo blog no.
Con quelli posso scrivere in mille posti diversi, quando voglio. Questo blog no.
Il moleskine ha una busta in cui posso allegare pezzi di mondo. Questo blog al massimo allega qualche immagine, un video o altra roba 001010.

Insomma.
We’ll see.

+0,20€

•mercoledì 18 novembre, 2009 @ 18:46 • Lascia un commento

Oggi in aula di bioetica ho trovato 20 centisimi per terra.
Non sono nulla per me, neanche un disgustoso caffè da macchinetta, ma non è questo il punto.

Li ho infilati nella busta: possono essere un piccolo sorriso ad una persona in difficoltà; un minuscolo gesto d’amore.
Una mia compagna di corso mi ha esortato: “Tienili, portano fortuna!”
– “Porteranno fortuna a qualcun’altro”
– “Ah… ok”

-5,00€

•mercoledì 18 novembre, 2009 @ 00:25 • Lascia un commento

Li ha avuti ieri un barbone che abita nei pressi del centro servizi di policlinico. Era la terza volta che gli passavo davanti e guardandolo, passavo oltre. Ieri mi sono fermato.
Stava a sedere su un cartone ondulato e le sue mani avevano la consistenza della pietra, completamente callose.

Quando glieli ho dati ha risposto con uno stentato “grazie”; gli ho risposto di ringraziare il Signore, mica me.
In risposta, l’unica cosa che ha fatto è stata massaggiarsi la pancia in segno di fame, annuendo con la testa.

-2,20€

•lunedì 2 novembre, 2009 @ 16:19 • 1 commento

Li ho regalati ad Emìn, un serbo che ho trovato questa mattina davanti alla Sacra Famiglia.
Era già la terza volta che mi salutava sorridendo sfoderando i suoi denti malati. Oggi, sfruttando l’occasione che la colazione m’è stata offerta dai ragazzi della parrocchia (in partenza per un ritiro del dopocresima a Formigine) uscendo gli ho dato i 2,20€ che avrei usato per una pasta e un cappuccino.

Quando glieli ho dati mi ha chiamato “fratello” e l’ho abbracciato.
Mi ha fatto vedere la sua famiglia: ne ho contati sette e il background non era dei più gioiosi. Sembrava una baraccopoli e i bambini erano vestiti come se avessero come armadio uno di quei cassonetti bianchi del UCI. Quello che c’è qua è dell’UCI, non del Caritas, come tutti dicono, a dimostrazione del fatto che la gente osserva, ma non guarda. Al limite potrebbero essere serviti dalLA Caritas, ma qua a Montale c’è si e no il catechismo, figuriamoci la Caritas.

Fatto sta che si vede che il loro bidone-armadio non era nemmeno tanto carico, perché uno dei bambini nella foto era nudo. Lui intanto ha trattenuto due lacrime che però io saputo cogliere quando gli ho chiesto se loro erano ancora là.

 

Gli ho promesso che uno dei prossimi giorni possiamo fare colazione assieme; non vedo l’ora di conoscere la sua storia.
Per il momento gli ho detto di pregare, ed aspettarmi. Ha detto di credere, vediamo se uno dei prossimi giorni viene anche a messa con me!
Ne sarei veramente felice.

17,10€

•giovedì 22 ottobre, 2009 @ 22:05 • Lascia un commento

Venerdì scorso ho trovato un mucchietto di soldi sotto al banco in uni.
Ho chiesto a tutti di chi fossero, ma sembra che siano caduti dal cielo.
Così ho pensato: e ora?

La cosa più automatica da fare era infilarli nel portafoglio, ma invece sono contento di averli tenuti una tasca separata!
Ho pensato a cosa avrei potuto farci: ci posso pagare due sabati sera; due biglietti per il cinema e una cocacola, o ancora un paio di birre. Ma cosa c’è di esaltante in tutto questo? Alla fine di una cifra così, non dico “irrisoria” ma poco ci manca, spesa in questo modo, cosa mi ricorderei? Cosa sarebbe memorabile?
Sarebbero solo uno dei tanti foglietti blu che se ne vanno in mezzo agli altri.
Ho invece  in mente dei bei progetti per quei soldini: voglio usarli come fondo di bontà!
Devo solo decidere come incanalare questa cosa nella praticità. Non li voglio dare al primo barbone qualsiasi per poi vederlo entrare in tabaccheria, infilarli in una buchetta a caso, né regalarli tutti al primo mendicante che viene a chiedermene. Voglio spenderli bene, fino all’ultimo centesimo.

Credo che per fare questo debba associarli a delle parole, a una faccia; creare un caso, un’esprienza. Se così non fosse, alla fine cosa potrebbero fare? Sono poi solo poco meno di una ventina di euro.
Bon, ci sto pensando. Per ora li tengo in tasca, così come sono: con le monetine che sbattono una contro l’altra dentro al giaccone e mi ricordano che c’è quaclosa da fare, non posso avere fretta.

Anche perché poi, alla brutta, di cassettine bisognose ce ne sono a bizzeffe e uno fa presto, forse troppo presto, a infilarci dentro un deca e mezzo.

Ciao Andrea

•giovedì 22 ottobre, 2009 @ 00:19 • 5 commenti

Nel passato, riferito a:
- Amicizie

- La vita – un bel dialogo

- L’amico importuno: una parola sull’insistenza, sui sogni

Ciao Andrea, certo che mi ricordo di te, come potrei dimenticare i tuoi commenti, ma soprattutto la sfida spirituale che mi hai imposto?
Mi fa piacere risentirti!
Dici bene: in nove mesi ne sono successe di cose, anche la mia vita è cambiata sensibilmente ed è in continua rivoluzione. Ma forse queste cose le hai già percepite leggendo i miei – ormai piuttosto radi – monologhi.
Ma non parliamo di me ora, vengo a te perché come tu dici “è già tardi” ed è vero, già adesso per me è “tardi” – adesso faccio veramente mille cose e il sonno sta diventando tanto un lusso quanto un’esigenza per affrontare responsabilmente la giornata ventura.
Voglio evitare di farti un torto: parlerò sinceramente.
Te lo meriti: è quello di cui secondo me hai bisogno nella tua ricerca di Verità. Se quello che ti dirò ti darà fastidio, mi dispiace. Oltraggio e beneficio di internet, potrai lasciare per sempre questo spazio virtuale, dimenticarmi e distruggere tutto ciò e quello che ti ho detto tempo fa.
Prima di iniziare però, premetto però una cosa: io non ti conosco.
Forse ti conosco anche più di molte delle persone che ti dicono il contrario, ma non è questo il punto. Per me, e mi dispiace, sei una grande storia, un caso. Riesco a malapena a darti una faccia e un nome.
Da questo devi dedurre due cose che apparentemente tendono a suggerirti cose opposte; ma tu mettile a sistema, vedrai che la soluzione non è impossibile. Non le riporto come un alibi, ma come una constatazione che deve guidarti nell’analisi di ciò che vado per dirti.
La prima è che, non conoscendoti, non posso darti qualcosa che sia un’opinione, un consiglio, un qualsiasi cosa che non sia lacunoso per sua natura. Come tu da perito ben saprai, essendo io allo scuro di molte variabili che potrebbero incidere profondamente su quello che sarebbe il risultato finale, la mia opinione è da prendere con beneficio di inventario.
Secondo, proprio perché non ti conosco, prova a valutare che quello che ti dico è forse quanto di più – non dico razionale – ma privo di quelle “interazioni deboli” che influenzerebbero le parole di un tuo amico (di quelli veri) o amica. Proprio per questo motivo, esamina ciò che ti dirò e vacci a fondo.

Continua a leggere ‘Ciao Andrea’

Amicizia

•mercoledì 7 ottobre, 2009 @ 23:11 • 5 commenti

Niente è più lo stesso.

Gli amici? Vanno e vengono, secondo i dettami delle routine che i vari periodi della vita impongono. Anche i migliori, cosa possono fare quando sono lontani? Decrementa notevolmente il processo di condivisione, per non dire che s’interrompe e va incontro a separazione. L’unica cosa che può provare a salvarla è un nuovo formato, più “adulto”, che vede le figure legate dall’interesse nelle reciproche diversità, coadiuvate dal ricordo.
E’ qui che si rende necessario un attento sfruttamento del tempo condiviso assieme, che per quanto minimo, deve esserci.
Esso sta alla base di qualsiasi cosa: senza il contatto, senza avere uno spazio di sistema condiviso dove l’energia potenziale cresce un minimo, non c’è fusione; non c’è reazione.

Le vere amicizie sono quelle che durano? Falso. Ci sono “Amici” e “amici”? Questo sì.
Tutte hanno un’inizio. Poche hanno una fine. Molte invece vengono semplicemente dimenticate.
Secondo il modello materialistico che ci propone il mondo odierno non ci dovrebbe essere difficile capire questo ragionamento. Ciò che succede infatti è che, come un oggetto, quando l’amicizia perde la sua utilità (vedi, non viene più “utilizzata” o “consumata” frequentemente) essa si riduce ad uno scaffale, a prendere la polvere.
Altrettanto, vale anche l’altro estremo: un oggetto che viene usato quotidianamente, per tanto tempo, finisce per essere così parte della nostra vita che ci siamo affezionati, si usa sempre, spesso e volentieri.

E’ però giusto ricordare che non è tutto “bene” o “male”. Non c’è nulla di preciso, né definito a questo mondo. Manco i poveri elettroni riescono a stare in un posto preciso senza creare troppi problemi.
Una delle tante sfumature dell’amicizia umana  sono quei rari casi che, rifacendoci all’esempio di prima, sono come oggetti che possediamo e che prendono la polvere trecentosessantaquattro giorni all’anno. C’è un unico giorno all’anno in cui si utilizzano, ma quel giorno sono essenziali, provvidenziali. Vedi “il vestito buono”, ad esempio.
Ecco, ci sono anche amicizie così. Sono quelle preziosità che viaggiano sospese in un limbo di non regresso e non progresso, semplicemente la vita le ha allontanate. Questo è un vero peccato però. Magari se le frequentassimo un po’ di più sarebbero maggiormente valorizzate; proprio come quel vestito che proprio perché “buono” è lasciato ben custodito nell’armadio, ma che poi dimentichiamo, e finiamo per non metterci più.

Molte altre invece, alla prova del “cambio di formato”, quando sono messe alla prova della vita, non superano lo scoglio.
Anche loro prendono la polvere come il vestito buono, ma non si usano né dieci, né cinque, né due volte all’anno. Ogni tanto arrivano le pulizie di primavera, ci capitano questi tanti indumenti in disuso tra le mani. Li si prende in mano e avviene l’interrogazione dell’essere: “Cos’è?” “Quando l’ho portato?”
Saltano in mente tutte le belle e brutte cose che si hanno passato con questo o quello. Dopo l’elaborazione, il rispolveramento , il gongolìo nel ricordo, è necessaria la scelta.
Che badate, è tutta nostra. Sempre maledette routine e regole del mondo sociale permettendo.
“Ah vè che bello! Chissà perché era qui. Me lo metto un’altra volta”. Chiamiamo l’amico da tempo assente.
“Ho altre cose più belle da mettermi”.
Chissenefrega.
“Siamo scemi? Come facevo a mettermi questa roba? E’ orribile”.
Rivalutazione del ricordo. Ulteriore allontanamento.

Ritorno a casa

•giovedì 24 settembre, 2009 @ 11:49 • Lascia un commento

E’ da qualche giorno ormai che ho spostato il mio piccolo angolo, computer compreso, giù nello studio.
E’ curioso sapete, perché fin da quando ero un cucciolo il mio computer, il posto dove facevo i giochi e passavo le giornate più fredde è stato questo.
In questi metri quadrati ho giocato a BabyJo, a Xenon II, a Commander Keen. Ho imparato ad usare Windows 3.11.

Ora, dopo 8 anni nel caldo/freddo della mansarda, sono tornato.
Adesso non appoggio più i gomiti su una lastra di doppio compensato laccato poggiato su cavalletti, ma su una scrivania che però è molto simile all’impianto che c’era una volta. Mi sono spostato anche di qualche metro verso la finestra, ma in fondo, sono di nuovo qui.
Se volgo lo sguardo alla mia destra mi vedo ancora entrare da questa porta, euforico fino alle lacrime nella giornata in cui riuscimmo a montare sul vecchio PC un lettore CD 4x.
Sento ancora me stesso richiamato dalla mamma a tavola, mentre finivo l’ultimo livello di Lemmings.

Oh beh, questo però a dire il vero non è cambiato. Non è più Lemmings, ma il senso è quello.
Quanto è bello vedere che prima o poi tutto tende a tornare al suo posto.

Svolte

•martedì 15 settembre, 2009 @ 11:49 • 8 commenti

Ci sono un sacco di cose che sono successe tra un’articolo e l’altro, ma che non ho avuto tempo, occasione o voglia di segnare.
Una però ha il diritto naturale di possedere qualche riga su queste pagine.
Mi riferisco alla mia ammissione al corso di Medicina e Chirurgia!

Questo “anno scolastico” l’ho iniziato con lo spirito e l’aspettativa di un grande cambiamento; con la speranza di usare sempre quella libertà a cui mi riferivo nell’appunto precedente.
Bene, sulla lista dei propositi, la prima cosa era appunto sistemare il corso di laurea… ed è andata!
Finalmente, dopo tanto tempo, ho la sensazione che le energie di ogni giorno saranno ben spese, per qualcosa che mi dia delle competenze serie, con cui agire in modo altrettanto “serio” nel mondo. Gioia indescrivibile dunque; più che per l’ammissione, per la netta sensazione che questo evento sia come un “sì” dell’alto, una benedizione che le cose che ho pensato per il futuro non sono poi tanto male.

No perché, il retroscena di questo esame è stata un’estenuante attesa, un repentino cambiamento di risposte e ambiguità varie che legate alle previsioni che mi ero fatto del mio punteggio, segnavano verso una sconfitta. Mi sono molto abbattuto. Non avrei mai sopportato di posticipare questi grandi propositi di un anno; avevo già l’iscrizione a Biotecnologie in canna, e invece…

A Lui è piaciuto che andasse così ed è stato bello e fruttuoso, ma anche indubbiamente difficile, abbandonarsi al suo abbraccio e dire “Venga il tuo Regno”, “sia fatta la tua volontà!”.

“Se tu rimarrai vicino a me e non ti preoccuperai di fare per conto tuo, di correre per uscire, per dire di avere fatto, mi dimostrerai che credi nella mia onnipotenza e io lavorerò intensamente con te quando parlerai, andrai, lavorerai, starai in preghiera o dormirai perchè ai miei diletti dò il necessario anche nel sonno” (salmo 126)

[Grazie mamma]

 
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