Palermo

Mi rendo conto di non aver speso abbastanza parole nel mio scorso intervento rispetto quanto ho vissuto a Palermo, quindi eccomi qui.

Inizio col dire che Palermo per me è stata una prova, in tutti i sensi. Ho riflettuto su tante cose a partire la spazzatura per strada finendo con il cercare i numerosi perché a una relazione volta al termine.
Lo dico in sincerità, è stato complicato convivere con tutto quello sporco così insensato; con quella mentalità così diversa dal mio background da campagnolo emiliano.

Sapete, al solito ho cercato di non ragionare nella mia vita per compartimenti stagni, e quello che è lampato alla mia mente è una piccola ma grande riflessione che potrebbe aprire molte parentesi in diversi contesti. Tale dice che le cose cambiano solo se uno lo desidera.
E’ un ragionamento tutto sommato triste, ma realistico. Le persone, così come tutto il popolo siciliano, la loro cultura, il loro paese, cambieranno solamente se vorranno farlo.
Non c’è sentimento, emozione o fondo statale che tenga, pur sincero. A una mano tesa deve risponderne un’altra pronta ad afferrarla… e neanche, a volte basterebbe lasciar operare con fiducia il prossimo e lasciare che con il suo grande entusiasmo faccia quel che c’è da fare da solo. E invece.

Entrando nel merito di Palermo, che si potrebbe dire? Certo i carismatici leader delle numerose associazioni che abbiamo visitato trasmettono una speranza veramente vivida, ma come non rimanere scioccati dai giovanissimi che – aldilà delle loro numerosissime vicende personali e di qualche caso isolato – contano poi il giusto su questo cambiamento? Per non parlare poi degli anziani, dei “nonni” che sono ancora preda dell’illusione di un prestigio mafioso e raccontano di una criminalità organizzata con scopi benefici per il popolo.
Dico io, la mia speranza in quei momenti era un muro costruito ancora fresco e preso a calci.
Paradossalmente, in questo momento è più lo strascico culturale del popolo che la mafia stessa a difendere lo status dell’equazione Sicilia = mafia.

Siamo andati allo ZEN e ho sentito dire a delle persone di esser fieri di vivere lì; come ho sentito membri del gruppo dire che poi “non era così male”. Stiamo scherzando? Con tutta l’umanità che mi permette di comprendere i primi (casa è pur sempre casa) come si fanno a dire cose del genere? Lo ZEN è uno schifo, è veramente aberrante; e non lo dico da padano, ma da persona. Come fanno i ragazzi a crescere in un posto dove per terra trovi con la stessa frequenza di una cicca siringhe e polverine in busta?
Sono stato al centro “Noi, i ragazzi dello ZEN” e c’era una bella veranda sul verde, un paesaggio senza pretese, senza montagne o fiori tropicali; comune, e per questo bello. Era un murales.

Come possono delle persone vivere con l’appannaggio dei loro sogni sulla parete del loro unico centro aggregativo di tutta la zona? E’ triste. Veramente triste. Mi sono sentito molto fortunato, ma anche incazzato. Incazzato perché ci sono state persone del gruppo G&L che venendo da realtà decisamente più ricche si sono permesse di dire “me l’aspettavo peggio”. Ma dove sta il realismo, l’obiettività? Cosa si aspettavano, di vedere lingue di fuoco e miasmi fluorescenti spuntare dal terreno?

Da qui appunto scaturisce la mia seconda riflessione, di derivazione personale, ma altrettanto applicabile a quanto appena detto è appunto la necessità delle persone di riconoscersi deboli.
Deboli, profondamente. E bisognose.
Come si può cambiare, proporre di farlo ad un popolo che  tutto sommato è – almeno in parte – fiero di ciò che è adesso?

Altra cosa importante è il grandissimo bisogno di verità dell’uomo, e non mi riferisco solamente ad un obbiettivo spirituale, ma anche alla verità più tangibile. In merito a quanto detto prima, ditemi che senso ha essersi comportati in tal modo con le persone dello ZEN. Avevano forse bisogno di una schiera di mezzi nordici che venissero prender loro per il culo dicendo “che non era poi così male”?
O forse avrebbero gradito la verità? Sarà il mio filtro di vedere le cose sbagliato, ma ho intravisto tanta ipocrisia addosso al nostro gruppo.
In me in primis, che al posto che portare pazienza e congelarmi agli scherni dei bambini avrei dovuto trovare modo di bloccarlo e chiedergli “Ma come fai a vivere qui dentro?” esprimendo in questo modo non la mia volontà di spiattellargli in faccia che quel posto sia veramente un tugurio, ma bensì cercando di comprendere meglio ciò che è il suo pensiero, il suo modo di vivere… magari meno attaccato alle cose, e per questo capace di vivere in simili condizioni.
Invece no, sono stato per mia debolezza zitto e ora me la tengo stretta.

Ultimo appunto che ho notato su basi empiriche è appunto l’altro lato di quel bisogno di Verità a cui prima accennavo.

Abbiamo visitato molti centri più o meno laici (inflazione galoppante su questa parola) e odio doverlo dire, ma quelli che si sono voluti allacciare a questo filone di “correttezza” di “libero pensiero in libera terra” mi sono sembrati scarni, vuoti; senza tante speranze per il futuro e anche praticamente meno vittoriosi nel recupero dei giovani in difficoltà.
Tanto per dire, alcuni di un centro dichiaratamente laico costruivano divertenti ma inutili aggeggi con vinavil e mollette mentre ascoltavano l’ultima compilation del Papete; altri di altri centri vanno invece in giro per i maggiori teatri italiani per mettere in scena dei musical, cantano e suonano anche con modesto successo.
Merito dei diversi educatori? Delle diverse storie? Merito di fortuite coincidenze? Io personalmente non credo alle coincidenze.
Purtroppo (e perfortuna) è stato ben evidente ai miei occhi come si fosse davanti a due esempi di laicità diverse.
Una profondamente falsa che appare come un foglio bianco, e l’altra invece, quella vera, che si schiera, fa una proposta, ma ha il rispetto di non prevaricare gli altri. Questa è vera laicità.
Ditemi ora, ragazzi come quelli del centro (ma non solo, tutti) troverebbero più beneficio a non trovare niente accanto e quindi a – molto laicamente e giustamente eh – cercare indipendentemente i loro esempi; o magari è meglio provare a dare qualcosa ai ragazzi, senza insistenza, ma con gioia; rispettando anche al dovere più naturale dell’adulto (figuriamoci dell’educatore) di dare l’esempio di riferimento?

Ditemi anche che sono troppo attento ai dettagli, ditemi che non è sicuramente questo lo sforzo che fa la differenza, ma vi rispondo che non credo che sia molto costruttivo per dei ragazzini sognare Milano Marittima, “impuparsi” (come è stato detto) all’appannaggio di quello che è lo stereotipo consumista.
Certo, centri falsamente laici come questi sono sicuramente meglio della strada, e tanto di cappello a quelle brave persone che riescono a sopportare giovani così difficili e tutto ciò che ne consegue, ma caspita.
Purtroppo è diffusa l’idea che fare una proposta, un commento, sia equivalente a volerlo imporre e così la gente appare polemica, o si creano di questi contesti laici che non sanno ne di me ne di te.

Non si accetta di ricevere ammonimento fraterno come non si accetta nemmeno di farlo, e allora… ciao, al giorno d’oggi ognuno vive come gli pare, secondo ciò che va bene per lui.
Dove sta il margine di progresso?

~ di ronkas su Giovedì 30 Luglio, 2009 @ 09:17.

Una Risposta to “Palermo”

  1. In questi casi si dice “Aiutati che Dio t’aiuta”.
    Se non c’è volontà di cambiamento, non si cambia.
    Se il cieco orgoglio non lascia spazio alla ragione, nessuno avrà gli occhi giusti per vedere il proprio mondo com’è realmente.
    Basta con gli aiuti, sia morali che economici. E’ ora che si rimbocchino le maniche. Saluti

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